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CONVEGNO
IL COMPUTER E LA VITA DELL'UOMO
Sforzi per la ricerca
nei settori nuovi
Luigi Rossi Bernardi
Professore Ordinario Università di Milano
Da tempo si dibatte in Italia con poco costrutto il problema del potenziamento
della ricerca. Il punto di partenza per un ragionamento oggettivo è questo:
i fondi per la ricerca e lo sviluppo sono in diminuzione da 10 anni. Ammontavano
a circa l'1,32 per cento del Pil (prodotto interno lordo) e sono ora poco
superiori a 1.
Ma bisogna fare attenzione a come è composto questo ammontare: c'è il
canale pubblico; c'è il canale privato.
L'Italia spende nel canale pubblico più o meno quanto gli altri grandi
paesi industriali (lo 0,6 per cento del Pil, rispetto allo 0,68 per cento
della media europea). Il sistema che fa capo allo Stato fa la sua parte.
E' invece carente, in diminuzione, l'apporto del sistema privato.
Quali le ragioni di questa contrazione? Dal 1992 ad oggi, con le privatizzazioni,
le grandi strutture di ricerca facenti capo alle Partecipazioni Statali
sono state fortemente ridimensionate o chiuse. Sono diminuiti gli stanziamenti
delle grandi imprese manifatturiere, che hanno ridotto globalmente gli
investimenti.
Ma c'è un'altra causa, strutturale, da tenere presente: il "sistema Italia"
si caratterizza con l'operare di piccole-medie imprese: (oltre 5 milioni).
E si tratta di imprese che, proprio per la loro struttura, non investono
nella ricerca a lungo termine. Investono nei processi produttivi (che
in effetti sono stati e sono ammodernati), investono cioè nelle metodologie
di produzione. Non nella ricerca pura, nella ricerca di nuovi prodotti.
Il risultato è che l'Italia ha i sistemi di produzione fra i più innovativi
nel mondo, ma è carente nella ricerca di nuovi prodotti.
Ma perché molti ricercatori si lamentano? Perché si parla di crescenti
difficoltà? Le risposte vanno cercate nella struttura socio-politica italiana,
nelle rigidità che caratterizzano il nostro "sistema Paese".
Il 70-80 per cento degli stanziamenti pubblici per la ricerca va in stipendi
e salari degli addetti. Si tratta di spese fisse, incomprimibili. Non
ci sono spazi per attuare riconversioni. Siamo di fronte ad una forte
limitazione.
Quando si dice: potenziamo la ricerca, aumentiamo gli stanziamenti, dobbiamo
domandarci: è possibile gestire le risorse umane che operano nella ricerca
con i metodi usati negli Stati Uniti, con cambiamenti rapidi, spostamenti
di funzioni, tagli da una parte e investimenti ad hoc dall'altra?
La risposta è nei fatti; nelle nostre rigidità. Con una ulteriore constatazione:
la tradizione italiana nel campo della ricerca è basata sulla fisica.
Ci sono almeno 7-8 centri di ricerca in Italia orientati sulla fisica.
Ma accanto alla fisica ci sono molteplici altri campi dove la ricerca
dovrebbe essere sviluppata e che, invece, restano al palo.
Come cambiare queste condizioni?
Dove trovare le risorse per investire nelle nuove frontiere della scienza?
Domande che non hanno avuto adeguate risposte. Con una constatazione:
si spende in Italia intorno ai 100 mila euro per ricercatore: una somma
analoga a quella che gli USA e la Gran Bretagna spendono per i loro ricercatori.
Di fronte a questa situazione, alle rigidità che bloccano i necessari
cambiamenti, il Governo ha elaborato alcune linee guida (linee di indirizzo)
volte ad individuare gli spazi di correzione possibili. Si è così puntato
su alcune priorità definite nel programma europeo della ricerca. In altre
parole: si è preso atto che occorre investire per poter cambiare. Con
una postilla: soltanto i giovani ricercatori possono affrontare le nuove
sfide (la ricerca è estremamente veloce ed è necessario operare in stretto
rapporto con la comunità internazionale, cogliendo le novità, orientando
la ricerca in funzione dei nuovi traguardi che man mano vengono alla ribalta).
Per semplificare: è fondamentale nella ricerca la flessibilità, l'attenzione
ai cambiamenti che si verificano sullo scenario internazionale, il confronto
continuo, l'immissione di giovani.
Il grido di allarme dei ricercatori è stato compreso. C'è oggi la consapevolezza
che senza ricerca l'Italia non avrà futuro. Occorre quindi investire nella
ricerca. Ma tenendo conto dello scenario descritto.
Nella Finanziaria 2003 qualche passo nella giusta direzione è stato fatto,
e cioè:
- per le Università (il 50% dei lavori scientifici vengono realizzati
nelle Università) s'è fatto strada l'orientamento a concentrare gli
stanziamenti nei centri di valenza scientifica, nei settori nuovi. I
dottorati di ricerca (circa 4 mila) non sono oggi bene organizzati.
Vanno concentrati gli sforzi nei settori definiti prioritari a livello
europeo e i ricercatori vanno opportunamente selezionati;
- vengono rifinanziati i fondi per la ricerca di base (700 miliardi di vecchie lire);
- viene costituito un Fondo di circa 700 miliardi (vecchie lire) presso la Presidenza del Consiglio per finanziare ricerche nelle nuove frontiere (biotecnologie, ecc.)
La conclusione? Dobbiamo concentrare gli stanziamenti nei settori nuovi, in progetti validi, puntando sui giovani.
Gli investimenti per la ricerca sono fondamentali. Ma occorrono investimenti finalizzati, concentrati, in funzione di obiettivi dichiarati. Con un "alt" agli investimenti a pioggia.
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