|
|
CONVEGNO
SCIENZA E MASS MEDIA
Intervento
di Enrico Bellone
Direttore di “Le Scienze”
Nel 1968 Felice Ippolito, uno
scienziato non troppo amato, per la sua estrema schiettezza, dai politici e dai
suoi stessi colleghi, e un editore coraggioso come Mondadori
decisero di proporre al pubblico italiano una versione tradotta del prestigioso mensile “Scientific
American”. Tutti li sconsigliarono, compresi gli eminenti esperti del marketing
(e questo la dice lunga sui consigli che sanno dare queste persone): “per una simile operazione, in Italia, non c’è mercato”,
continuavano a sentirsi dire.
Ma loro perseguirono i loro
obiettivi e, a oltre trent’anni
di distanza, i fatti gli danno ragione: con 33 mila abbonati e circa 35 mila
copie vendute in edicola, “Le Scienze” è un successo. Forse un “piccolo”
successo se paragoniamo la nostra tiratura a quella di altri
mensili di divulgazione scientifica; ma ci è sempre stato chiaro che il nostro
è un pubblico di nicchia. Tant’è che con il fiorire,
negli ultimi anni, di ben 4 nuove testate, noi non abbiamo perso lettori e ogni
testata ha individuato la sua fascia di pubblico senza causare un travaso dai
lettori di una testata potenzialmente concorrente.
Detto questo, devo confessare
che non sono affatto ottimista circa lo stato di salute della divulgazione
scientifica in Italia. Nonostante nel nostro Paese si
vendano poco meno di 2 milioni di copie di riviste scientifiche (tra quelle più
tecniche e di nicchia a quelle più popolari) resta il fatto che il 64% degli
italiani è “illitteracy”: non sa capire fino in fondo
e riassumere i concetti racchiusi in un qualsiasi editoriale di un quotidiano.
Altro dato allarmante è la continua emorragia di
iscritti dalle facoltà scientifiche: in certi atenei, i corsi di laurea in
fisica, matematica, scienze naturali… hanno ormai perso il 50% degli iscritti.
Accanto ai risultati
dell’indagine condotta dall’Osservatorio Tutti Media, il recente rapporto
dell’osservatorio di Pavia su come i temi di agrobiotecnologie sono stati trattati dalla stampa dimostra
come molte scelte da parte del pubblico e dei politici siano l’immediato frutto
della disinformazione. Una disinformazione che è così grave e
sistematica che non può essere imputabile all’ignoranza o alla superficialità
dei giornalisti; evidentemente è parte di una strategia programmata.
Quello che abbiamo letto nell’ultimo anno riguardo il
supposto ”rischio elettrosmog” (elettrosmog,
tra l’altro, è una parola che non esiste, che non ha alcun fondamento
scientifico, che è stata “imposta” da quei giornali più attenti ai titoli che
al contenuto dell’articolo) o quello che ormai da 2-3 anni si legge in fatto di
organismi geneticamente modificati non si spiega altrimenti: è una
disinformazione voluta e abilmente orchestrata. Ciò che è accaduto più di 15
anni fa dopo l’incidente di Chernobyl evidentemente non è bastato. E con così tanto
fumo negli occhi, i cittadini non si accorgono dei problemi veri del mondo
della scienza: negli ultimi 8-9 anni tutti i governi che si sono avvicendati
(tutti, a prescindere dallo schieramento politico di cui erano espressione)
hanno continuamente tagliato fondi alla ricerca, ben il 35% in meno, nel
complesso. E oggi assistiamo ad altre “economie”.
Togliere fondi alla ricerca,
anche a quella “pura” che apparentemente non ha risvolti
immediati, significa tarpare le ali al benessere di domani e legare il nostro
Paese alla “sudditanza” scientifica verso chi nella scienza crede e investe. E continuare a permettere la disinformazione, anziché
sostenere una vera e sana divulgazione scientifica, significa andare incontro
alla perdita di libertà nelle decisioni importanti per il nostro futuro.
|
|
|