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Mario Morcellini

Università La Sapienza

Il dibattito pubblico e la discussione scientifica sul ruolo dei media coinvolgono un numero sempre più elevato di ambiti della conoscenza e dell’esperienza. Una riflessione preliminare sul rapporto tra media e scienza va condotta mettendo in risalto la tendenza diffusa e generalizzata ad accostare la parola "media" ad altre parole. Nello specifico si tratta del termine "scienza", ma si potrebbero citare altri esempi di ragionamenti prodotti su "media e….", e la frequenza di queste riflessioni induce a pensare che non siamo di fronte a un’operazione intellettuale neutra, soprattutto se consideriamo che al primo posto di questa diade troviamo sempre il termine "media". Tale scelta implica la convinzione che il sistema della comunicazione costituisca sempre e comunque la variabile indipendente, rispetto alla quale si articolano altri saperi e poteri. Un onore ma anche un onere, ma soprattutto un presupposto che si presta a malintesi e incomprensioni.

Concentrare l’attenzione sui media, parlando di scienza, può significare, ad esempio, far partire la riflessione da premesse in qualche modo distorte, che rischiano di oscurare alcune questioni di non immediata soluzione.

In primo luogo, il problema dell’educazione scientifica del pubblico, estremamente carente nel nostro Paese, prima ancora della questioni relative alla correttezza dell’informazione, dovrebbe assumere una rilevanza strategica, in una prospettiva che preveda una reale partecipazione dei soggetti alla vita democratica. In questo senso, sarebbe opportuno pensare ad attività di formazione, da sviluppare in primo luogo nelle scuole, con insegnanti e genitori, attività che potrebbero anche coinvolgere la comunità scientifica, costringendola a uscire dagli steccati nei quali spesso si autoconfina. Mentre da un lato infatti, questa non è stata spesso in grado di dotarsi di una reale capacità comunicativa, rivelandosi sempre più malata di tecnicismo, dall’altro si può evidenziare un’impreparazione culturale che inizia proprio nella scuola, dove la scienza e lo studio del metodo scientifico passano in secondo ordine rispetto alla cultura umanistica. Sullo stesso piano devono quindi porsi l’impegno per un maggior approfondimento dei temi scientifici e tecnologici rilevanti per il Paese e la volontà di sviluppare una politica nazionale dell'informazione scientifica, favorendo un più ampio coinvolgimento della società civile.

Detto questo, è indubbio che una corretta informazione da parte dei media è senz’altro fondamentale, dal momento che i messaggi della scienza sulle questioni di pubblico interesse acquistano visibilità soltanto in seguito allo spazio e alla rilevanza attribuita loro dai mass media. I mezzi di comunicazione, allo stesso tempo, non possono essere lasciati da soli a fronteggiare un’esigenza collettiva di trasparenza e di divulgazione, che non ha speranza di avere successo senza l’attivazione di circuiti comunicativi virtuosi che coinvolgano la comunità scientifica e i decisori politici.

A partire dalla Seconda Guerra mondiale, l’universo scientifico è entrato a far parte, in maniera decisiva, della vita quotidiana; contestualmente la conoscenza e l’esperienza hanno acquisito un carattere sempre più "mediato". Si potrebbe dire che media e scienza abbiano conosciuto lo stesso processo di accelerazione, sviluppando un legame sempre più profondo con gli strumenti della tecnica. Attualmente, la comunicazione scientifica assume pertanto un ruolo strategico e centrale per la sua influenza sulla pubblica opinione e sul dibattito politico in merito a tematiche fortemente sentite e delicate: dall’ambiente alla bioetica fino alle nuove tecnologie.

La ridefinizione delle responsabilità dei differenti saperi e poteri, in un contesto nel quale spesso si riscontra un forte disorientamento del pubblico, è dunque determinante. Tali responsabilità, però, vanno distribuite equamente tra i differenti attori: i giornalisti sono spesso poco attenti, gli scienziati utilizzano un linguaggio troppo specialistico, i politici non sono sempre disposti a creare le condizioni ideali per una corretta circolazione delle informazioni.

Un'altra importante considerazione da fare riguarda i mutamenti socioculturali che hanno investito le società occidentali, nelle quali i rapporti face to face sono sempre più diradati. In un simile scenario, dove prevalgono rapporti sociali fondati la mediazione e la distanziazione, gli attori sociali stabiliscono il loro comportamento esclusivamente in funzione della fiducia nella decisioni prese dai responsabili dei sistemi esperti, depositari della delega ricevuta. La ripetitività con la quale queste pratiche si producono e si riproducono le rende perciò familiari e prevedibili, completamente inserite nella quotidianità sociale.

Nell’eventualità in cui si verifichino fatti anomali o emergenze che interrompono la regolarità del quotidiano, le regole accettate e condivise entrano in crisi e diventa allora indispensabile avviare una fase di ricontrattazione straordinaria tra sistemi esperti e opinione pubblica. In questo momento di crisi, in un contesto in cui l’esperienza è per gran parte di tipo mediato, diventa decisivo il ruolo della comunicazione.

Casi come quello Di Bella, che hanno una copertura massiccia sui media, offrono molti spunti di riflessione per l’esemplarità con cui fanno emergere i cambiamenti in atto. I mezzi di comunicazione di massa, in effetti, vedendo aumentare il loro potenziale di negoziazione tra le parti sociali, tendono, in alcuni casi, a divulgare scoperte, tecniche e rimedi di ogni provenienza. La trattazione mediale di argomenti che hanno a che fare con il rischio aumenta poi notevolmente in condizioni di emergenza e al verificarsi di situazioni che, comunque, richiedono un’attenzione particolare da parte dell’opinione pubblica. Avviene, in queste circostanze, che i mezzi di comunicazione, perseguano, in genere, criteri di "notiziabilità", e di "sensazionalità", ma accade anche che, nonostante questi eventi o gli effetti degli stessi tendano a prolungarsi nel tempo, vengano comunque retrocessi nell’agenda dei media. In occasione di episodi che catturano l’attenzione del sistema mediale, è quasi sempre possibile registrare la stessa successione di fasi: annuncio e massiccia copertura mediale, rappresentazione del conflitto in atto tra le parti in gioco – Scienza e cittadini o pazienti – ambiguità dei risultati della sperimentazione, difficoltà di giungere a conclusioni "certe".

La scelta più frequente è spesso quella di riservare a temi di grande interesse un’attenzione episodica e frammentaria, magari in contrasto con l'opinione prevalente nella comunità scientifica. Ma un’informazione estemporanea, episodica o che comunque segue le "emergenze", non sempre riesce a rendere conto del lavoro quotidiano e oscuro che si svolge all’interno dei laboratori scientifici, rischiando di confondere la realtà con le legittime speranze. Del resto, proprio il distacco tra scienza e cittadini ha fatto sì che i mass media abbiano ormai acquisito un importante compito di traduzione e divulgazione dei saperi scientifici, che diventa più evidente proprio nella gestione collettiva di situazioni o fasi di emergenza o straordinarietà.

Uno dei paradossi più frequenti più evidenti nella riflessione su informazione e saperi scientifici consiste nel fatto che mentre la vita quotidiana degli individui è sempre più dipendente dai progressi delle tecnologie scientifiche e comunicative, a questa dipendenza non corrisponde un’adeguata alfabetizzazione del pubblico. Nello spazio lasciato vuoto o, ancora peggio, occupato da distorsioni informative, a causa anche degli scarti di conoscenza che si producono tra "esperti" e "profani", vengono coltivate nuove sacche di "analfabetismo" e trovano rifugio forme di irrazionalità, superstizione e di pseudoscienza (soprattutto nel campo della medicina). In un contesto del genere diventa certamente difficile instaurare un rapporto corretto tra innovazione medico-scientifica, quadro istituzionale-politico e controllo democratico delle conoscenze scientifiche.

Un ulteriore paradosso, questa volta soprattutto relativo alla comunicazione, riguarda il fatto che la divulgazione della scienza a un pubblico laico è stata tematizzata tradizionalmente come "popolarizzazione"’, cioè come diffusione di messaggi, di informazioni tecnico-scientifiche disseminate a un vasto pubblico, utilizzando un modello comunicativo di tipo trasmissivo e lineare.

Ma in un contesto caratterizzato da una crisi di fiducia nei "sistemi esperti" della scienza e della medicina, la linearità della comunicazione trasmissiva rivela un’inadeguatezza sostanziale, poiché questo modello comunicativo non può tenere conto di un fenomeno sempre più diffuso che riguarda le forme di "contagio" extramediale, alimentate da reti comunicative micro-comunitarie. In sostanza, forme più "primitive di comunicazione, che si uniscono oggi, a modalità più "moderne" e che devono essere comprese all’interno di u circuito comunicativo più ampio.

I media generalisti dunque, sono soprattutto rivolti a suscitare l’attenzione dell’opinione pubblica, funzionando cioè come una sorta di meccanismo d’allarme che favorisce l’attivazione individuale e la ricerca di altri canali informativi, soprattutto nel caso di un coinvolgimento diretto rispetto alle questioni affrontate. In questi casi la loro funzione non si discosta da quella prevista dall’ipotesi più generale dell’agenda-setting, in base alla quale i media canalizzano l’attenzione e offrono al pubblico una lista di ciò su cui è necessario avere un’opinione e discutere. Il sistema della comunicazione avrebbe dunque un ruolo decisivo nell’innalzamento della soglia di attenzione sul piano cognitivo, mentre i contatti interpersonali e la ricerca di ulteriori fonti di informazione giocherebbe un ruolo determinante nel processo di formazione delle opinioni.

L’ampiezza del contesto e la molteplicità delle interazioni tra differenti attori sociali, in merito a questioni estremamente delicate, come quelle che riguardano la vita e la salute, ha giustamente acceso il dibattito anche intorno all’aggiornamento dei codici deontologici dei professionisti dell’informazione scientifica. Tenendo conto del fatto che le rappresentazioni fornite dai media hanno un influsso sugli atteggiamenti e le valutazioni del pubblico, un ultimo paradosso riscontrabile nel rapporto tra scienza e informazione, consiste nel fatto che il giornalista scientifico oggi deve occuparsi di problematiche che spesso esulano dalla sua preparazione professionale, nonostante i danni che notizie inadeguate, confuse o parziali, possono produrre sulle scelte di gestione delle risorse pubbliche da parte dei decisori politici. Senza contare che la trasformazione delle professionalità, che si accompagna alla costante evoluzione prodotta dai new media, richiede un ulteriore sforzo di aggiornamento, che sia in grado di valorizzare le responsabilità scientifiche e le competenze tecnologiche.

In generale, più che intervenire al verificarsi di casi clamorosi, l’informazione giornalistica dovrebbe quindi riservare un’attenzione costante alle questioni poste dalla scienza contemporanea, andando al di là della semplice diffusione di notizie, seguendo gli sviluppi dei casi affrontati e rispettando il diritto dei cittadini all’informazione. Il giornalista scientifico, dovrebbe, inoltre, acquisire strumenti di verifica adeguati, per evitare di alimentare false speranze e illusioni. D’altra parte, la comunità scientifica ha il dovere di informare con costanza e continuità i mass media, abbandonando un atteggiamento spesso un po’ troppo elitario che ha in molti frangenti caratterizzato, in questi cinquant’anni, le classi dirigenti del nostro Paese.



 

 

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