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Paola de Paoli

Presidente Unione Giornalisti Scientifici

Gli interrogativi della scienza, il disorientamento della società dei consumi, le incertezze del presente, i dubbi sul futuro: come mass media e scienza si influenzano a vicenda?

I mass media e la scienza, una sorta di contrastata ambivalenza amore-odio, all’insegna di un denominatore comune anch’esso ambivalente. Vero, falso, mezza verità: sono queste le proposte della scienza, dense sempre di interrogativi, propri dello scienziato proiettato verso nuove scoperte, alimentato da prospettive promettenti o da premesse positive che possono condurlo ad acquisire risultati concreti o quanto meno nuove conoscenze?

Vero, falso, mezza verità: dagli interrogativi della scienza si snodano i tracciati percorsi dai mass media, dove ai traguardi sperati si aggiungono nuovi obiettivi più avanzati proposti dalla stessa scienza. Percorsi, quelli dei mass media, che sovente presentano dilemmi densi di altrettanti interrogativi come "verità" acquisite o come "mezze verità" per le quali l’interpretazione affidata al pubblico lascia sottintendere una netta propensione verso una "mezza verità" che potrebbe anche apparire certezza, piuttosto che il dubbio su un tema in bilico fra i vantaggi ed anche i rischi dei quali il progresso scientifico può essere portatore.

I dilemmi non sono pochi. Dalla BSE all’uranio impoverito, dalle onde elettromagnetiche agli organismi geneticamente modificati, dalle fonti energetiche cosiddette alternative alla chimica che inquina: questi alcuni degli esempi più recenti dove predominano le domande cui si pretenderebbe che la scienza rispondesse, in un contesto di disorientamento dei cittadini.

Per i suoi aspetti oggi più che mai interdisciplinari e per le sue connessioni con le tecnologie più avanzate la scienza, per sua natura secolare, tende a darci risposte che non sono certezze, ma che risflettono il suo non facile progredire verso più approfondite conoscenze e anche verso risultati applicativi con ricadute proficue per l’umanità. Una umanità che in un certo senso deve essere "educata" per comprendere la funzione della scienza e anche la sua interdipendenza con le scelte sociali.

Perché con i suoi vari "prodotti" e con la sua padronanza della natura la scienza è l’unica opportunità per conoscere il mondo, attraverso una razionalità che si configura nel sapere, costruito anche sull’etica del comportamento intelletuale. Un sapere del quale la scienza è una componente, una sorta di consapevolezza che domina la cultura occidentale e coinvolge tutta l’umanità.

Dalla trasformazione dei fatti alle notizie, ovvero le tecniche del "newsmaking". Secondo teorie elaborate da alcuni sociologi della comunicazione esistono diversi criteri in base ai quali i mass media rispondono alla domanda cruciale nell’ambito delle attività professionali dei giornalisti: quali eventi sono ritenuti sufficientemente interessanti, rilevanti, significativi per essere trasformati in notizie?

Tra questi criteri, alcuni dipendono dalla tipologia del mezzo di comunicazione, una sorta di fenomeno di risonanza fra la periodicità del media e l’espansione nel tempo degli avvenimenti.

E all’interno del mezzo di comunicazione dovrebbero prevalere le competenze professionali di una redazione, necessarie (e purtroppo non frequenti) per valutare e trattare le notizie di carattere scientifico, come ad esempio quelle che dalla biomedicina hanno ricadute applicative in campo sanitario.

Vero è che in genere i telegiornali, le agenzie di stampa, i quotidiani (ora più che in passato grazie a internet) privilegiano l’evento singolo tradotto in notizia.

Ma è altrettanto vero che la ricerca scientifica procede attraverso evoluzioni lente e tendenze che si dispiegano su lunghi periodi. Per entrare in sintonia con questi processi, i mezzi di comunicazione sembrano poter contare sulla sola alternativa che consenta di "non bucare": trasformare il lungo processo della ricerca in scoperta. E qui l’annuncio trionfalistico ed enfatico – oppure catastrofico o condizionato da aspetti etico/moralistici- diventa la più comune distorsione che studiosi e scienziati talvolta ignari delle implicazioni connesse alla " logica dei media"; talvolta anche propensi ad annunci in anteprima, anteposti alla pubblicazione dei dati scientifici, vuoi per personale spirito emulativo, vuoi per le note leggi sui finanziamenti cui la ricerca (pubblica e privata) è costretta a sottostare.

Una corretta informazione da parte dei media, esigenza ribadita in molteplici occasioni, sembra oggigiorno dipendere da criteri di scelta che rispondono a ciò che il pubblico preferisce sentirsi dire, piuttosto che lanciare messaggi cautelativi sui vantaggi o sui potenziali rischi dei quali il progresso scientifico può essere portatore. Le concause di questo andamento sono molteplici, tutte con implicazioni frenanti: una inadeguata competenza del giornalista costretto ad occuparsi di problemi che non rientrano nel contesto della sua preparazione professionale; le non poche ideologie chauviniste che si ritrovano in taluni settori della ricerca pubblica; gli impatti fuorvianti di interessi economici; le scarse o non sempre aggiornate conoscenze dei responsabili della politica scientifica, le quali a livello di governi influiscono sulle tendenze comportamentali espresse dal pubblico.

Viene da domandarsi se esiste una formula per superare il disorientamento del pubblico che desidera essere informato sulle alternative che la scienza può proporgli. All’insegna del buon senso, basterebbe conciliare, integrandole, le strutture portanti del binomio mass media e scienza. Da un lato figura la preparazione professionale del giornalista che diffonde l’informazione scientifica, preparazione che per mantenersi a livelli efficienti è soggetta ad un continuo aggiornamento.

Dall’altro, si colloca l’universo editoriale, purtroppo non sempre propenso a supportare la corretta informazione perché soggetto alle limitazioni della "corsa alla notizia". Integrando queste due strutture, si potrebbe agevolare la diffusione delle conoscenze scientifiche, chiare come linguaggio espositivo e corrette nei contenuti, mirate all’interesse cilturale del cittadino e anche del politico responsabile delle decisioni cui lo stesso cittadino partecipa sotto il profilo finanziario, nella sua qualità di "tax payer".

"Public understanding of science" oppure "science understanding the public"? Paura della scienza, oppure scienza amica, nella logica di un progresso scientifico e tecnologico che condiziona i comportamenti umani a fronte dell’ambivalenza fra potenzialità e rischi prevedibili?

Nel paese anglosassone maestro in iniziative per avvicinare il pubblico alla scienza, attraverso ad esempio pubblici dibattiti, si è ricorso di recente alla formula dei "science pubs", tentativo di dialogo paritetico, agevolato magari da un bicchierino di ‘sherry dry’, per affrontare correttamente la complessità dei tanti interrogativi con interlocutori competenti, capaci di trattare con linguaggio comprensibile quello che il pubblico vorrebbe sentirsi dire. Interlocutori competenti quali scienziati e operatori dei mass media, entrambi interfaccia fra mezzi di comunicazione e pubblica opinione. Una pubblica opinione da intendersi come società nel suo insieme, dai cittadini ai decisori politici, responsabili delle scelte le quali, ai risultati applicativi del progresso scientifico, devono abbinare valutazioni ponderate sotto il profilo economico e sociale.

Al di là della ribadita realtà, in Italia e all’estero, della logica imperante nell’universo editoriale, maggiormente e comprensibilmente propenso ad operare all’insegna della "corsa alla notizia" piuttosto che farsi carico costante dell’approfondimento dell’informazione corretta, due aspetti sembrano maggiormente rilevanti nel contesto mass media e scienza.

Il primo riguarda una abbastanza recente "presa di coscienza" da parte di pubbliche isitutuzioni. Il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, ha indetto un paio di pubbliche audizioni (all’Assemblée Nationale di Parigi e all’Università Tecnica di Danzica) per elaborare un rapporto dell’Assemblea Parlamentare europea sulle necessarie azioni da intraprendere a livello di comunicazione scientifica e mass media in Europa; ha recepito il messaggio della esigenza di sostenere a livello politico i rapporti fra giornalisti e comunità scientifica, favorendo per l’operatore dei media (analogamente a quanto fa la Commissione Europea per i ricercatori) l’aggiornamento professionale.

In Italia, altro esempio recente, la Commissione per la diffusione della cultura scientifica istituita mesi orsono dal CNR, ha avviato una serie di iniziative che coinvolgono giovani studenti dei licei italiani, mirate ad un approccio scientifico al di fuori di interessi specifici e non influenzato da suggestioni particolari.

Il secondo aspetto riguarda il mondo dei media. In Italia, l’Unione dei giornalisti scientifici (UGIS), fondata nel 1966, contempla nelle sue attività istituzionali l’aggiornamento professionale dei suoi soci, con una interconnessione di rapporti che vanno dagli incontri con scienziati e ricercatori a "Borse di studio" per giovani giornalisti o ancora a "viaggi di studio" sul territorio nazionale e all’estero (ad esempio, in USA e in Ungheria per la Conferenza mondiale sulla scienza nel 1999; in Israele e al Cern di Ginevra nel 2000; in Germania, Belgio e Olanda ai centri di ricerca europei dell’UE nel 2001). A livello europeo, esiste la European Union of Science Journalists’ Association (EUSJA), istituita nel 1971 con sede a Strasburgo e della quale l’UGIS è membro co-fondatore, con finalità analoghe a quelle dell’Unione italiana e quindi fattore coagulante per l’aggiornamento di giornalisti scientifici europei di 22 Paesi.

Sempre in tema di aggiornamento professionale, in Italia stanno crescendo come funghi i Master di comunicazione della scienza. Figura fra i primi quello istituito dalla Sissa di Trieste, dove il rigore della corretta informazione è conciliato con le diverse tipologie di media (e quindi di fasce di pubblico) dove gli allievi dovranno operare. Sono proliferati in Italia anche i corsi universitari o di perfezionamento in comunicazione scientifica, mentre il settore specifico risulta scarsamente contemplato dalle Scuole di Giornalismo dei vari Ordini regionali, le quali peraltro sono le sole ad aprire la strada di accesso alle redazioni di ogni genere di media.

Mentre i "valorosi" giornalisti formati dai master sono nella maggioranza destinati alla carriera di free lance, almeno per vari anni dall’inizio della loro attività lavorativa, una indipendenza più comune all’estero che non in Italia, dove il contratto è posto assicurato.

Mass media e scienza condizionati da esigenze di carattere economico-sociale e quindi da implicazioni che si intersecano fra libertà della scienza e politiche di sviluppo, fra potenzialità e scelte di Governi e corrette, efficienti capacità dei mezzi di comunicazione?

"Science sans conscience – diceva il Gargantua di Rabelais – est la ruine de l’ame". La scienza d’avanguardia non può dare certezze perché indaga in vista di possibili risultati per i quali via via si incontrano nuovi interrogativi. Grazie alla scienza oggi viviamo più a lungo, ma vi sono nuovi problmei connessi all’invecchiamento, all’aumento della popolazione mondiale, mentre tanti Paesi indigenti lamentano la mancanza di farmaci accessibili nei paesi industrializzati. La libertà della scienza suggerisce proposte, che non si risolvono con gli slogan. La "coscienza" della scienza sta forse nella capacità dei media di avvicinarsi al pubblico, con competenza, in una sorta di dialogo che non appiana la complessità delle incertezze, ma che almeno può renderle accettabili in un tentativo di oneste valutazioni "a misura di uomo".



 

 

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