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Pierluigi Ridolfi

Università di Bologna

"Marito e moglie cinesi cambiano sesso insieme. Con una complessa operazione chirurgica, durata ben 19 ore, Wang e Hou si sono scambiati gli organi, i ruoli e conseguentemente anche i nomi; ora vivono felici e contenti e sperano di avere presto dei figli". Così il Corriere della Sera del 10 marzo 1993, che poi indugia per mezza colonna sui particolari. Certamente una notizia del genere richiama l'attenzione del lettore e lo induce a scorrere con l'occhio tutta la pagina. In quell'epoca apparivano periodicamente, una volta al mese, sul Corriere dei trafiletti che con analogo distaccato tono scientifico davano la notizia della scoperta del fungo più grande del mondo ("esteso per quattro ettari, con lo stesso DNA agli estremi Nord e Sud") oppure che era andata deserta l'asta del pene di Napoleone (con spiegazione medica su come era stato conservato in tutti questi anni), e cose del genere.

Naturalmente mi è sempre rimasto il fondato dubbio della bufala, mascherata da uno stile professionale, e ho sempre sospettato che si trattasse del parto di quel genio della comunicazione che fu Silvio Ceccato. Professore di cibernetica all'Università di Milano, primo scienziato italiano a cimentarsi nell'intelligenza artificiale, Ceccato era un conferenziere straordinario dotato di un senso dell'umorismo sconosciuto al nostro mondo accademico. Celebre, ad esempio, fu la sua esilarante traduzione dell' "Ave Caesar morituri te salutant" e la spiegazione ambientale per cui "ave" andava interpretato come ablativo. Lo conobbi nel '61, quando, nei primi tempi della mia carriera in IBM, mi era stato assegnato come "possibile cliente". Un giorno lo trovai nel suo studio di via Festa del Perdono, sommerso da tante foglie di lattuga: mi disse che stava studiando la lattughità, cioè la proprietà intrinseca della forma della lattuga rispetto a quella del cetriolo, e che stava progettando Adamo, una macchina in grado di riconoscere qualunque tipo di ortaggio. Adamo consisteva in un imbuto entro il quale gettare il vegetale, delle cellule fotoelettriche, un computer, un programma, un risultato: o è lattuga o è cetriolo. Gli chiesi perché due vegetali e non piuttosto una sfera o un cubo, sarebbe stato più facile. Ma Ceccato mi fulminò con la sua risposta: "Una sfera non fa notizia, ma vedrai la lattuga !!!" E, infatti, qualche settimana dopo, un grande giornale titolò "Uno scienziato italiano costruisce una macchina intelligente che riconosce le verdure". Ceccato sapeva perfettamente che si trattava di trucchi per far parlare di sé; sta di fatto che anche in questo modo per anni riuscì a ottenere dei fondi per sopravvivere (anche dalla Nasa per tradurre automaticamente dal Russo!).

Mi ricordai di Ceccato molti anni dopo, nel '78, quando divenni direttore della ricerca dell'IBM in Italia, incarico che ebbi il privilegio di mantenere fino al '93. Sedici anni ricchi di idee, progetti, prototipi, prodotti, brevetti, soluzioni; ma il successo di cui sono più fiero è l'essere riuscito a convincere i ricercatori sulla necessità di "comunicare". M'ero creato uno slogan: "Fare meglio degli altri, farlo prima degli altri e farlo sapere". Naturalmente per "farlo sapere" non intendevo la rituale pubblicazione scientifica di tipo accademico, ma una nota divulgativa, una conferenza, un saggio o un libro destinato al pubblico colto in generale. In questo senso "comunicare" doveva diventare un atteggiamento, una forma di rispetto per gli altri, e anche un modo per socializzare, per attirare l'attenzione e per contribuire a dare valore al proprio lavoro. Obbligai pertanto me stesso e gli altri capi a scrivere in modo divulgativo sui principali organi di informazione, in campo tecnologico e scientifico, cercando di giustificare così, anche a noi stessi, perché stavamo spendendo tanto denaro aziendale. I primi periodi furono difficilissimi, con palesi azioni di rifiuto e di scetticismo. Poi venne il colpo di fortuna. Un gruppetto di nostri ricercatori geniali era riuscito, primo al mondo, a realizzare un sistema di riconoscimento del parlato: si dettava una frase al microfono e, dopo qualche secondo, questa appariva trascritta sullo schermo del computer. Il sistema era "robusto" nel senso che riusciva ad operare anche in ambienti rumorosi e richiedeva solo una modesta fase di addestramento da parte del parlatore. Era il 1985. Organizzai una conferenza stampa, affollatissima, dove descrissi il progetto, mostrai come funzionava il tutto e invitai i vari giornalisti a fare loro stessi delle prove. Un successo! Avemmo una straordinaria copertura stampa e TV, che non sfuggì al neoeletto Presidente Cossiga, notoriamente tecnofilo: l'indomani ci arrivò dal Quirinale una telefonata preannunciando una sua visita "privata e informale" per la settimana successiva. Mi resi ben presto conto che il concetto di "privato e informale" ha significati diversi a seconda delle persone: in quella settimana il nostro laboratorio fu letteralmente messo a soqquadro da "agenti segreti", mentre il cerimoniale mi fece fare mille prove su quello che avrei detto e fatto, fino a che venne il gran giorno. A ricevere il Presidente c'era tutto lo stato maggiore della IBM: l'illustre ospite si dimostrò informato, competente e molto curioso, ascoltò le mie spiegazioni e volle provare a dettare di persona. Avevamo confezionato delle frasi standard sulle quali sapevamo che il computer non sbagliava mai, ma quando il Presidente Cossiga chiese che cosa poteva dire, il gran capo dell'IBM dimenticò di suggerire una di quelle frasi "addomesticate" e si lasciò scappare un terrificante "Dica pure quello che vuole!". Cossiga si ricordò di qualche cosa letto quel giorno e dettò: "La Fiat tenta di aumentare la produttività". Con tutte quelle t, che da buon sassarese Cossiga provvide a raddoppiare, il computer andò in tilt. Osai una battutina sulla sua pronuncia, provai a ripetere io quella frase e tutto andò bene. Dopodiché il nostro prestigio dentro l'azienda, in Italia e all'estero, divenne altissimo e anche i ritorni in termini di risorse furono concreti.

Quel successo scatenò nei ricercatori una reazione superpositiva: ad ogni "novità" suggerivano di fare una conferenza stampa. Evidentemente si erano accorti che "comunicare" premia. Io ne ero convinto da sempre.

Comunicare bene, con efficacia e semplicità, è difficile, molto difficile. Io mi chiedo spesso se si tratta di un'arte o di una scienza: forse è un po' l'una e un po' l'altra. Io resto ammirato nel leggere gli articoli e nel vedere i servizi televisivi dei nostri grandi giornalisti. Ma è raro trovare simile competenze negli "operatori scientifici", provengano essi dall'accademia o dall'industria. Ho assistito a innumerevoli conferenze stampa per presentare dei risultati di ricerche e spesso ho constatato che gli oratori parlavano per se stessi, per dimostrare che erano bravi piuttosto che per comunicare al grande pubblico per quale motivo dovevano essere considerati bravi. Si tratta di una differenza non da poco: per apprezzarla occorre una sensibilità artistica unità a un tecnicismo di comunicazione ben noto agli addetti ai lavoro ma poco adottato dagli "scienziati". A un certo momento della mia attività come Direttore della Ricerca mi sono accorto che questo tecnicismo mi mancava e sono andato a scuola di comunicazione. Il mio maestro fu nientepopodimeno che Bruno Vespa, in uno dei suoi rari momento di relativo disimpegno dalla Rai. Poche lezioni, durissime, umilianti per me, ma fondamentali per capire che un conto è quello che credi di essere e un altro quello che appari. Obiettivo di un buon comunicatore è di apparire quello che sei veramente, con onestà e chiarezza. Questo vale per tutti, anche per gli scienziati. Via linguaggi paludosi, via gli atteggiamenti da supertecnico - anche se sai di esserlo -, via gli autocompiacementi: ma dire sempre poche cose alla volta, mettersi nei panni di chi si è scomodato per venire ad ascoltare, e farsi capire. Vespa mi ha insegnato moltissimo e gli sono grato.

C'è poi la categoria degli scienziati tecnicamente bravissimi a comunicare ma che non hanno niente da importante da dire oppure che, con atteggiamenti da guru, dicono cose errate e pericolose. Si tratta di una categoria che è molto difficile contrastare e che purtroppo riesce spesso a riscuotere del credito e a dirottare risorse. Ma questa è un'altra storia.



 

 

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