Torna alla prima pagina

     

Giorgio Rivieccio

Direttore Newton

E così alla fine il cerino acceso è rimasto nella mia mano. Nel senso che Giovanni Giovannini mi ha affidato il compito di tirare fuori qualche conclusione dagli interventi che avete appena letto. Dato che - dice lui – io guarderei il mondo dell’informazione scientifica dall’osservatorio privilegiato di un giornale che si occupa, appunto, di questo. Detto così mi vedo una specie di guardiano del faro, che osserva le rotte a zig zag di imbarcazioni stracariche di parole, salvo quando non mi metto a navigare anch’io e non è detto che la mia rotta sia poi più dritta delle altre.

Fra i pochi meriti (o demeriti, a seconda dei punti di vista) che posso avere per svolgere il compito che Giovannini mi ha affidato c’è anche quello di aver partecipato negli anni a decine e decine di dibattiti, in televisione, in radio, sui giornali, in convegni e pubbliche piazze, sul tema che dà appunto il titolo a questo fascicolo. Convegni che sistematicamente si sono trasformati in reciproci scambi di accuse tra scienziati e giornalisti. I primi accusano i secondi di essere superficiali, sensazionalisti, sciatti e sostanzialmente ignoranti sulle cose di cui scrivono; i secondi rinfacciano ai primi di non farsi capire, di usare la stampa come mezzo per fare carriera, di parlare quando a loro fa comodo e addirittura di diffondere notizie non sempre vere.

Si tratta, naturalmente, di convegni che lasciavano il tempo che trovavano. Poiché nella loro impostazione peccavano di una grave omissione, che fortunatamente in questo fascicolo non c’è. E l’omissione si chiama pubblico.

Cosa pensa, infatti, il pubblico dell’informazione scientifica? Leggendo queste pagine sembra proprio che se la quantità di informazione scientifica è giudicata sufficiente da lettori e telespettatori, la qualità lasci ancora a desiderare, almeno nella percezione della gente comune (che è poi quella più importante). Il pubblico nutre sostanzialmente una scarsa fiducia nelle notizie che legge o ascolta e qui, amici scienziati, dividiamoci equamente le colpe se ci sono.

L’informazione scientifica dovrebbe infatti nascere dalla collaborazione delle due categorie per essere trasmessa a chi la utilizza e che è, ribadisco, il pubblico. Noi giornalisti non dovremmo cercare solo il consenso degli scienziati che intervistiamo: voi scienziati non dovreste cercare il consenso dei giornalisti che vi intervistano. Entrambi dovremmo cercare il consenso del pubblico. E lavorare per questo.

La situazione, in effetti, non è molto diversa da quella che accade in altri settori, dalla politica all’economia. Tante volte si legge che i politici usano i giornali per mandarsi messaggi fra loro; che aziende, imprenditori e sindacati fanno lo stesso.

Beh, fare il postino non è molto gratificante. Quando lavoravo all’Agenzia Ansa, il mio caporedattore diceva (rivolto non ai colleghi ma ai suoi interlocutori) : "Non siamo una buca delle lettere". Bisognerebbe che tutte le parti coinvolte nella fabbrica delle notizie, dentro e fuori dei giornali, lo ricordassero sempre.

Questa fabbrica ha però più di una categoria di operai. Una è rappresentata da noi, un’altra dalle fonti primarie, un’altra ancora da chi mette in contatto le altre due. Mi riferisco agli uffici stampa, a quelli di relazioni esterne, insomma ai professionisti della comunicazione d’impresa o di istituto. Costruttori di ponti che talvolta risultano così alti da diventare argini.

E’ vero che questi colleghi non stabiliscono da sé i propri compiti o le libertà di manovra. In questo Paese in cui c’è la cultura del sospetto, in cui a ogni giornalista viene attribuito lo scopo istituzionale di rovinare il prossimo (a meno che non rientri già nella lista delle persone di cui ci si può fidare), non c’è da meravigliarsi se non è sempre facile accedere immediatamente alle fonti primarie di informazione.

Lo dico per esperienza personale. Oggi, tanto per fare un esempio, per avere dagli Stati Uniti informazioni, comunicati, interviste, fotografie da enti di ricerca, istituzioni, imprese, basta qualche ora, o anche meno se non ci fosse il fuso orario a rovinarci la vita. E’ sufficiente comunicare nome, qualifica e testata di appartenenza. Anche se si tratta di militari: il sito Internet del Pentagono dirama in tempo reale testi e immagini purché ci si qualifichi. Per quanto riguarda altre istituzioni, è sufficiente una telefonata o una e-mail. Senza essere sottoposti a un terzo grado.

Si tratta sostanzialmente di una questione di mentalità. In queste nazioni dove anche le università sono in concorrenza fra loro, dove una citazione in più su un giornale può servire ad attrarre finanziamenti, studenti e comunque offre visibilità, le richieste di notizie, interviste e così via sono sempre "welcome". E pazienza se vengono usate anche per criticare e non solo per cantare lodi. Lo stesso lettore è gratificato perché si rende conto di come vengono spesi, bene o male, i suoi soldi di contribuente. Esattamente come spiega Pierluigi Ridolfi nel suo piacevolissimo intervento.

In Italia dobbiamo invece ancora scrollarci di dosso l’antica consuetudine statalista secondo cui i finanziamenti alla ricerca arrivano per proprio conto, sulla base di imperscrutabili decisioni sulle quali i cittadini non influiscono. E la visibilità dei risultati risulta più una questione di prestigio che un modo per rendere conto al pubblico dell’impiego dei finanziamenti suddetti. Devo dire che però negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il CNR, per esempio, ha adottato una politica di diffusione delle attività di ricerca con comunicati "giornalistici" che effettivamente invogliano a scrivere articoli. C’è da augurarsi che anche altre istituzioni seguano sempre più questa strada.

Non si tratta di una mutazione semplice, qui in Italia e soprattutto nel campo della ricerca, dove storicamente la cultura scientifica ha sempre rappresentato qualcosa di estraneo, perfino di fastidioso, tanto che ancora oggi molti si fanno un vanto di "non capirci niente". Come risultato, il pubblico è sostanzialmente impreparato e pertanto non distingue sempre la buona informazione dalla cattiva informazione scientifica. Basta un semplice dato a dimostrarlo. Nel 1999 sono stati spesi 100 miliardi nell’editoria "astrologica", di cui 66 per libri e 38 per giornali e riviste varie. Nello stesso anno l’editoria scientifica ha fatturato circa 70 miliardi, fra libri e giornali.

Segno che gli italiani spendono di più per oroscopi, maghi, veggenti, ciarlatani, venditori di fumo, che per informarsi sulle novità della scienza e della tecnologia.

Solo noi, giornalisti, scienziati e istituzioni pubbliche e private, possiamo cambiare questa situazione, visto che dalle autorità centrali molto poco è stato fatto in questo senso. E con i nostri articoli portare il pubblico ad amare queste cose, ad appassionarsi a questi temi non soltanto quando si clonano pecore o si scoprono presunte ricette miracolose contro il cancro.

E allora, perché siamo ancora qui a perder tempo? Vogliamo cominciamo a darci da fare?



 

 

Per contattarci Le iniziative in programma Le iniziative realizzate I Soci OTM Che cos'è l'Osservatorio