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Marco Somalvico Politecnico di Milano Mi è sovente capitato di essere intervistato da giornalisti di quotidiani e periodici, sia generalisti, sia di divulgazione scientifica, e mi sono reso conto che nei due casi, diversa è la finalità di un’intervista rivolta ad un docente e ricercatore universitario. Il giornalista generalista è principalmente indirizzato a fornire piuttosto raramente informazioni scientifiche, e, comunque, quando la tipologia dell’informazione è capace di suscitare interesse e sorpresa in lettori comuni, in lettori cioè che raramente provano l’esigenza di un acculturamento personale nell’ambito scientifico. In questo caso la natura della materia nella quale il docente e ricercatore è esperto rappresenta un elemento discriminante circa l’interesse generalista che un articolo può fornire. Essendo l’intelligenza artificiale e la robotica le discipline che insegno e che costituiscono l’oggetto delle mie ricerche al Politecnico di Milano, mi è capitato spesso di essere intervistato da un giornalista generalista che voleva illustrare ai propri lettori, non solamente alcuni aspetti di potenziale interesse delle due discipline e dei suoi risultati scientifici più recenti, ma, soprattutto, prospettive di risultati prossimi o futuri che potessero colpire l’immaginazione e la fantasia del lettore da attirare nella lettura. Questa attitudine al sensazionismo può, talvolta, diventare nociva, non solo nei confronti della serietà del messaggio di informazione che costituisce il compito del giornalismo serio, ma, addirittura, può produrre una distorsione rilevante sul piano sia antropologico, sia etico. Sul piano antropologico, si procura della scienza una visione che, invece di sottolineare, in modo sobrio e contenuto, la sua natura di motore primo della produzione di nuova cultura, ne prefigura un effetto che sostituisce il ruolo innovativo con un ruolo quasi magico e miracolistico. Sul piano etico, inoltre, il fornire della scienza l’immagine, che sta esattamente all’opposto della sua natura seria e rigorosa, anche se scintillante e fantasiosa, di essere la scienza una "scorciatoia" per conseguire risultati anche impossibili, rispetto alla sana idea che i risultati importanti ed utili si ottengono alla fine di un lungo e umanamente nobile travaglio, questo capovolgere il possibile con l’impossibile e il lavoro con il gratuito, diseduca nell’uomo il nobile anelito che Virgilio riassumeva nella frase "per aspera ad astra" (le stelle si raggiungono attraverso le difficoltà, ovvero ci si eleva solo attraverso le asperità della vita operosa), e che in inglese si sintetizza con le frasi "genius is ten per cent inspiration and ninenty per cent percpiration" (la genialità consiste in un dieci per cento di ispirazione e in un novanta per cento di sudore) e "you pay what you praise, you praise what you pay" (si paga ciò che è apprezzato, si apprezza quello che si è pagato). Naturalmente, se i due possibili effetti distorcenti, sia antropologici, sia etici, ora tratteggiati, rappresentano i disvalori che talvolta scaturiscono da un giornalismo generalista di taglio sensazionalista, non c’è dubbio che i disvalori, si rovesciano in valori, quando si avvicina in modo corretto il lettore dei giornali generalistici all’interessante rinnovellarsi dell’impresa scientifica. Il valore di una illustrazione fedele e non faraonica della scienza e dei suoi risultati, non solo non comporta alcuna perdita di interesse per un lettore comune, ma permette di avvicinare l’uomo lettore all’uomo. Come esempio di una sana e corretta divulgazione scientifica, citerò, ad esempio, il noto saggio "La doppia elica", del premio Nobel Watson, che descrive l’epica ed autobiografica vicenda della disfida tra gli americani (Caltech, California) e gli inglesi (Cambridge University ed Oxford University), nel determinare la struttura spaziale dell’acido deossiribonucleico (il noto DNA, base dei cromosomi e del genoma). Lo scienziato è innanzitutto un uomo, che si chiede come dare risposta a delle domande difficili, come trovare la soluzione di un problema intricato, come vivere una vicenda avventurosa e, perché no, talvolta eroica, nel senso che la soluzione che si intravede alla fine del tunnel tortuoso, è una luce che splende per tutti gli uomini. Sola sulla verità si può, dunque, fondare un’onesta informazione che educa l’uomo comune ad amare e rispettare la scienza, rispettando in essa l’umano, e non cercando in essa il sovraumano, apprezzando, attraverso la portata dei suoi successi, ottenuti con difficoltà ma con gioiosa fantasia, la virtuosità del lavorare con serietà, con tenacia e con l’obiettivo di portare un servizio a tutti gli uomini. Accanto al giornalista generalista, mi è anche capitato di essere intervistato da giornalisti scientifici, che operano o in giornali specializzati nella divulgazione scientifica, o in rubriche scientifiche, tipo "la pagina della scienza", di giornali generalisti. La correttezza professionale, in questi casi, mi è apparsa una costante uniforme di questa categoria preziosa di professionisti culturali. Normalmente un giornalista scientifico, che si rivolge ad uno studioso esperto come me, evita di effettuare un’intervista per via telefonica, come invece mi è accaduto, talvolta, con un giornalista generalista. Evita di chiedere risposte brevi, od addirittura di precisare che l’intera intervista (questo, nel caso di interviste radiofoniche o televisive) non debba superare i tre o i cinque minuti: sono solito stigmatizzare questo approccio deviato della informazione giornalistica, con il termine, volutamente sprezzante "pillole di cultura". Evita di verbalizzare le risposte, su un foglio, scrivendo alcune frasi e saltando altre frasi, saltando qua e la all’interno delle risposte che ho fornito. Evita, soprattutto, di cambiare alcuni sostantivi ed aggettivi, con sostituzione che gli sembrano innocue e che vengono inserite da lui solo per meglio "colorire" quanto viene esposto. Evita, infine, di redigere il testo definitivo dell’intervista, ovviamente steso qualche ora o qualche giorno dopo l’intervista, e di mandarlo in stampa, senza, preventivamente, sottoporlo a me, avendo già con me concordato, ringraziandomi per ciò, che io avrei verificato la correttezza della stesura del testo ed avrei, se lo avessi ritenuto necessario, introdotto correzioni ed, anche, integrazioni ed ampliamenti. Ecco, il giornalista scientifico, vero professionista della divulgazione scientifica, sa bene che il testo di un suo articolo di divulgazione può anche discostarsi, dal mero riprodurre il testo dell’intervista, dopo avere comunque scrupolosamente riportato quanto nella stessa intervista è stato detto nel modo fedele descritto sopra, in quanto egli provvede ad integrare l’intervista con proprie considerazioni, premesse, commenti, senza contare che anche la stessa intervista è pilotata dalla serie delle domande, che il giornalista scientifico ha preventivamente steso nel preparare diligentemente l’intervista stessa. Per concludere, anche nel caso del giornalista scientifico, il cui comportamento normalmente corretto, è stato delineato per sommi tratti in precedenza, mi è capitato, talvolta, di incontrare un tipico comportamento improprio, che, di fatto, è di ostacolo ad una fedele divulgazione scientifica. Come è noto, in ogni testo di natura scientifica, sia di taglio divulgativo (ad esempio su una rivista dedicata, appunto alla divulgazione scientifica), sia di taglio professionale (ad esempio una rivista internazionale dove vengono pubblicati le più rilevanti innovazioni scientifiche, in una determinata area scientifica), la lingua utilizzata, supponiamo l’Italiano o l’Inglese, viene impiegata con due diversi ruoli. Il primo è il "ruolo del metalinguaggio", cioè il ruolo in cui le parole dell’Italiano o dell’Inglese sono generiche, cioè hanno gli usuali significati con i quali tali parole sono utilizzate nei più svariati contesti, ad esempio in una conversazione su argomenti vari (questioni di politica, di clima, di previsioni del tempo, di sport, ecc.). Il secondo è il "ruolo del linguaggio scientifico", cioè il ruolo in cui le parole dell’Italiano o dell’Inglese sono specifiche, cioè hanno i particolari e convenzionalmente adottati significati con i quali tali parole sono utilizzate nel contesto della particolare area scientifica coinvolta dal testo di natura scientifica. Ad esempio, se in Italiano parlo delle prossime elezioni, (metalinguaggio), potrò usare la dizione "potenziali elettrici" intendendo parlare, in una conversazione generica, di donne che potrebbero eleggere un determinato candidato politico (in questo caso la parola "elettrici" deriva dal latino "ex lego", che significa "leggere da", cioè "scegliere"). Se, invece, sempre in Italiano, parlo delle donne che devono eleggere un candidato di una città nella quale vi è, come nel caso, riportato dalla stampa, inerente l’inquinamento elettromagnetico provocato dalle antenne della Radio Vaticana, e dico "le "potenziali elettrici" di questo comune sono particolarmente favorevoli a quei candidati che si impegnano per la riduzione dei "potenziali elettrici" presenti per effetto delle vicine antenne della Radio Vaticana", la seconda dizione "potenziali elettrici" ha un preciso significato, convenzionalmente adottato nell’area scientifica dell’elettrotecnica, che individua la presenza nei punti dello spazio dove vivono le donne "potenziali elettrici" di una grandezza elettrica, chiamata "potenziale elettrico" (in questo caso la parola "elettrici" deriva dal greco "elektron", che significa "ambra", essendo noto che l’ambra strofinata è causa del "fenomeno elettrico" consistente nell’attrazione di pezzettini di carta). Ebbene, talvolta, un giornalista scientifico, poco attento, può essere portato a sostituire la dizione "potenziali elettrici" che è in elettrotecnica la dizione esatta, con la dizione "potenziali dei fulmini" cercando di spiegare il "fenomeno elettrico" facendo riferimento alla nozione, che l’uomo comune ben conosce, di "fulmine", ma, purtroppo, svolgendo un’involontaria azione di diseducazione scientifica. Concludendo, il giornalista scientifico non deve distorcere il linguaggio scientifico, ma deve divulgare in modo corretto fornendo alcuni, anche se limitati, elementi del linguaggio scientifico. |
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