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Visto dagli Stati Uniti d’America: quattro aspetti del problema di Giampiero Gramaglia Scoperte e bufale nell’informazione scientifica dei media americani (e non solo) Al Newseum di Arlington, un museo della notizia tutto inteso a gloria del giornalismo e dei giornalisti, uno spazio di rilievo nella storia del giornalismo ce l’ha una notizia scientifica completamente falsa (e, per di più, scientemente falsa, cioè fabbricata ad arte per aumentare le vendite). La confezionò nel 1835 il ‘Sun’, quotidiano di New York: il 25 agosto, pubblico’ un articolo firmato Richard Locke, nel quale, citando una pubblicazione scientifica britannica, lo scozzese Edinburgh Journal of Science, annunciava la scoperta di esseri viventi sulla Luna attribuita al grande (e ignaro) astronomo inglese sir John Herschel. Crediamo che la storia,emblematica e un po’ imbarazzante, per i giornalisti, dello ‘scoop’ di Locke resisterà alla ristrutturazione del Newseum, che, dai primi di marzo, ha chiuso la sua sede cilindrica appena al di la’ del Potomac, di fronte a Washington, per trasferirsi, nel 2005, quando il nuovo palazzo sarà pronto, in città. Ben costruito, l’annuncio che ‘c’è vita sulla Luna’, degna di Giulio Verne, resistette una settimana a qualsiasi verifica: l’informazione, allora, viaggiava meno veloce di oggi e per varcare l’Atlantico ci metteva il suo tempo. Il ‘Sun’ proseguì a puntate i suoi racconti, aggiungendo ogni giorno particolari ovviamente inediti e suggestivi e raggiungendo punte di vendita eccezionali per l’epoca nella New York della prima meta’ del XIX Secolo che non era ancora una metropoli: sfiorò le 20 mila copie, quanto bastava a convincere il suo direttore Benjamin H. Day, uno dei padri del giornalismo americano, di avere fatto una buona scelta, accettando di pubblicare la storia strampalata (e falsa) di Locke, scienziato mancato e giornalista agli esordi con la vocazione dell’autore di fantascienza. Herschel era irraggiungibile in Sud Africa, impegnato da anni in ricerche astronomiche dei cui risultati nessuno sapeva nulla. La stampa americana, che cita sempre la fonte, riprese le rivelazioni del ‘Sun’, attribuendogliene il merito; e i corrispondenti europei copiarono, a loro volta, i giornali americani, in una catena dell’errore che s’interruppe solo all’inizio di settembre, quando, finalmente, il ‘Journal of Commerce’ raccolse e pubblicò la confessione del falso fatta dallo stesso Locke a un amico giornalista, di cui sbagliando si fidò. Oggi, una vicenda del genere non sarebbe più immaginabile: non perché i giornalisti (e gli scienziati) siano migliori e non raccontino più bufale, volontarie o involontarie che siano (la casistica è anche zeppa di notizie semplicemente non capite o mal spiegate), ma perché la rapidità dell’informazione, nell’intreccio di messaggi su internet, dispacci di agenzie di stampa, televisioni, radio, giornali, impedirebbe a una fanfaluca del genere di rimbalzare da un giorno all’altro. Un media potrebbe anche raccontarci che la luna è di panna, ma verifiche e smentite sarebbero presso che immediate. Questo, però, non impedisce alla balla scientifica di allignare e prosperare, come dimostrano, nel loro libro ‘Falsi giornalistici. Finti scoop e bufale quotidiane’ (Alfredo Guida editore), tre ricercatori italiani, Salvatore Casillo, Federico Di Trocchio e Salvatore Sica, Nel saggio dedicato, fra l’altro, alla ‘scienza spettacolo’, Di Trocchio si sofferma su un altro caso che meriterebbe l’attenzione del Newseum: quella della fusione fredda, una storia così controversa che anche gli scienziati ne restarono interdetti. Di Trocchio dà cinque regole per riconoscere il falso scoop scientifico: la notizia che cerca il giornalista è una notizia sospetta; la notizia che aggira i controlli della comunità scientifica e specializzata è probabilmente fasulla; la notizia che ha dietro grossi interessi va considerata con particolare prudenza; la diffidenza è comunque di rigore, tanto più che il dubbio è un criterio di valutazione scientifico; e, infine, attenzione ai pesci d’aprile, che, però, hanno il vantaggio di essere facilmente riconoscibili, se non altro per questioni di data. La storia della fusione fredda, che nasce in America e che ha come primo veicolo addirittura il ‘Financial Times’, uno dei quotidiani più degni di fede e meglio fatti al mondo, fa scattare alcuni dei campanelli d’allarme di Di Trocchio: è una notizia che va a cercare il giornalista prima di essere passata al vaglio della comunità scientifica e, inoltre, porta con sé interessi contrapposti di rivalità accademiche e potenzialità economiche e industriali. In quel caso, gli scienziati seppero mettere nel sacco, grazie, fra l’altro, a una connessione padre -scienziato- e figlio –giornalista- particolarmente malandrina, anche le difese di un quotidiano accurato come l’ ‘FT’ e crearono un caso che, vista la specificità e la complicatezza e il carattere controverso della materia toccata, impiegò del tempo e spegnersi. Documentate dal Neuwseum o meno, accanto alle tante notizie vere conquistate e difese con eroismo professionale da giornalisti spesso sconosciuti, le bufale medianiche sull’informazione scientifica alimentano il rapporto di diffidenza tra stampa e scienziati, anche se la figura dell’informatore scientifico, che s’è affermata in molte redazioni negli Stati Uniti, crea un ponte tra i due mondi: oggi, la notizia scientifica che conquista la prima del ‘New York Times’, per fare un esempio, è quasi al 100% nuova e vera. Certo, i rischi di cattiva informazione legati a scoperte e progressi scientifici sono tanto più forti quanto il soggetto è più complesso. E, per fortuna, le statistiche dimostrano che la gente, più che dalle novità della fisica, della chimica o dell’astronomia, è attirata dai dati della meteorologia e dalle avventure nello spazio: cronache fattuali, più che racconti di scoperte. Ma i pericoli maggiori, per l’impatto sull’opinione pubblica, ci sono quando si parla di medicina: lì, c’è il rischio di creare speranze e di alimentare illusioni. Eppure, in Italia molto più che negli Stati Uniti, questa informazione è spesso trattata con avventurosa superficialità: senza volere risalire alle vicende della ‘cura Di Bella’, la cui sconsiderata pubblicità illuse molti malati e le loro famiglie, l’esempio più recente viene ancora da una notizia nata negli Stati Uniti, diffusa in anteprima dall’ ‘Observer’ di Londra, ma che solo sulla stampa italiana ha trovato uno spazio anomalo (senza sforzi di verifica consistenti). Ci riferiamo alla vicenda dell’utero‘artificiale’, che ha indotto, la domenica 10 febbraio, i giornali italiani di lunedì 11 a dedicare all’innovazione ampi articoli in prima pagina, talora corredati da commenti sull’inutilità della donna (così come era stata proclamata l’inutilità dell’uomo al momento delle fecondazioni in vitro e poi ancora e soprattutto della riuscita delle clonazioni). Quella notizia, che –scritta come venne scritta conteneva imprecisioni e soprattutto esagerazione-, i giornali americani non la diedero neppure, preferendo aspettare il congresso nell’Oklahoma in cui gli studiosi della Cornell University dovevano presentare i contorni precisi delle loro ricerche. Più che l’inutilità della donna, la storia dimostra l’inutilità (e la nocività) dell’informazione scientifica dove lo spettacolo prevale sull’accuratezza.
(Box 1) Cosa fa notizia nella scienza LE STORIE CHE APPASSIONANO GLI AMERICANI Cicloni, siccita’ e inondazioni: la meteorologia – con i suoi disastri - è la scienza che gli americani seguono con maggiore avidita’ sui giornali e alla televisione. Subito dopo vengono le notizie dell’esplorazione dello spazio, sui terremoti e sulle scoperte della medicina. Lo rivela uno studio realizzato dal Pew Research Center for the People and the Press. Il Centro ha classificato le notizie più seguite negli Stati Uniti in un arco di quindici anni, dal 1986 al 1999. Su 689 storie, solo 39 (meno del 6%) sono in qualche modo legate alla scienza e alla tecnologia. L’attenzione dell’opinione pubblica è attirata dalle calamita’ naturali e dalle catastrofi provocate dall’uomo. Gli eccessi della meteorologia sono al centro di 12 delle 39 storie, in genere le più seguite. Dieci riguardano l’esplorazione dello spazio, con la tragedia dell’esplosione dello shuttle Challenger, l’avvenimento che guida la classifica. Sei coprono la salute e la medicina. Quattro parlano dei terremoti. Tre della clonazione. Due affrontano i problemi legati agli impianti nucleari: di queste, una è l’incidente di Cernobyl che, in una classifica europea, sarebbe certo molto più avanti del decimo posto. Il seguente elenco – riportato nella ricerca Science and Engineering Indicators della National Science Foundation – indica le notizie che sono state seguite "molto da vicino" dal campione intervistato. 80% L’esplosione alla partenza dello Shuttle Challenger (1986) 73% Il terremoto di San Francisco e i suoi danni (1989) 66% L’uragano Andrew (1992) 65% Le inondazioni nel Midwest (1993) 63% Il terremoto nella California meridionale (1994) 51% Il gelo nel Nord Est e nel Midwest (1994) 50% Il volo dello Shuttle Discovery (1988), il primo dopo il Challenger 49% La siccita’ e i danni per gli agricoltori americani (1988) 48% La bufera di neve sulla Costa Est (1996) 46% L’incidente nucleare di Cernobyl in Unione Sovietica (1986) 42% Il caldo record e l’effetto serra (1988) 39% Capricci fuori stagione del tempo (1998) 38% L’ondata di caldo e il suo impatto negli Usa (1998) 37% Le inondazioni in California (1995) 36% L’uragano Mitch, la pioggia e gli smottamenti nel Centro America (1998) 34% Il volo di John Glenn sullo Shuttle Discovery (1998) 34% Le inondazioni sulla costa Nord Ovest del Pacifico (1997) 34% Le inondazioni in Texas e in altri Stati del Sud Ovest (1990) 28% I problemi dei reattori nucleari in Giappone (1988) 25% Il terremoto di Kobe in Giappone (1995) 24% La controversia sulle protesi al seno (1992) 24% Lo sviluppo del telescopio spaziale Hubble (1990) 23% La controversia sulle mammografie per le donne oltre i 40 (1997) 22% L’esplorazione del pianeta Marte da parte del Pathfinder (1997) 22% Le scoperte del Voyager 2 (1989) 21% Uno scienziato di Chicago annuncia progetti per clonare l’uomo (1998) 20% Il terremoto in Iran (1990) 19% L’influenza asiatica trasmessa da uccelli e polli (1998) 17% La clonazione di una pecora da parte di un biologo scozzese (1997) 15% Il farmaco Viagra contro l’impotenza degli uomini (1998) 15% I problemi a bordo della stazione spaziale russa Mir (due mesi di fila, la prima al 14% nel 1997) 11% Il ritorno dallo spazio dell’astronauta Shannon Lucid (1996) 11% La peste in India (1994) 9% Il dibattito sulla politica Usa sull’effetto serra (1997) 9% Le prove scientifiche sull’origine dell’universo (1992) 9% La conferenza sull’Aids a San Francisco (1990) 8% La Nasa scopre la possibilita’ della vita su Marte (1996) 6% La clonazione di topi da parte di scienziati delle Hawaii (1998)
Tv e quotidiani infomano il grande pubblico ma non c’è feeling tra scienziati e giornalisti
di Elysa Fazzino Quasi tutto quello che gli americani sanno di scienza e tecnologia viene dalla televisione o dai giornali. È in forte aumento anche l’uso di Internet per tenersi informati, ma i media tradizionali sono ancora il principale canale di comunicazione tra il mondo scientifico e il grande pubblico. Purtroppo è un canale pieno di intoppi. Gli scienziati non hanno fiducia nella stampa: sono più diffidenti di qualsiasi altra categoria, compresi i politici, i militari e gli uomini d’affari e i dirigenti d’azienda. Gli scienziati accusano i giornalisti di fornire una visione distorta della scienza e del processo scientifico, contribuendo così all’ignoranza della popolazione. I direttori dei giornali e delle tv spesso decidono di non coprire le notizie sulla scienza: pochi hanno alle spalle studi scientifici e molti pensano che i lettori o i telespettatori non siano interessati. Per di più, i contatti tra scienziati e giornalisti sono ostacolati da differenze di linguaggio e di valutazione e, spesso, da una diversa percezione dell’urgenza e della tempestivita’ di una notizia o di un’informazione. Il risultato non è lusinghiero per l’informazione: scienziati e giornalisti sono d’accordo nel lamentare che novita’ scientifiche importanti per la societa’ non arrivano al grande pubblico. Ma si accusano reciprocamente di esserne responsabili. Eppure, il terreno sembra favorevole: la maggioranza degli americani dichiara grande interesse per la scienza e la tecnologia. Ma non pensa di saperne abbastanza: nel 1999, secondo una ricerca della National Science Foundation, solo il 17% si riteneva bene informato sulle nuove scoperte scientifiche e sull’uso delle nuove invenzioni. I test hanno dimostrato che in effetti gli americani sanno ben poco di scienza. Quasi tutti sanno che la Terra gira intorno al Sole e che la luce viaggia più veloce del suono, ma non molti sono in grado di spiegare cos’è una molecola e pochi capiscono bene cosa sia Internet, anche se sono quasi 150 milioni a usarlo e ogni mese due milioni di americani ‘esordiscono’ sulla rete. . Dove si informano gli americani – Anche per le novita’ della scienza, come per il resto dell’attualita’, la televisione è la fonte di informazione privilegiata del pubblico Usa. Seguono i libri e i giornali. Ogni americano adulto guarda in media mille ore di tv all’anno. Il 42% è dedicato ai notiziari e il 4% alle trasmissioni scientifiche. Chi è abbonato alla tv via cavo segue più programmi scientifici degli altri, in media 50 ore all’anno, contro le 20 ore dei telespettatori non abbonati a servizi tv via cavo. In media ogni anno gli americani leggono 178 quotidiani, 11 periodici di attualita’ e tre riviste scientifiche. Ma la percentuale degli americani che leggono un quotidiano tutti i giorni è in declino: è passata dal 62% del 1983 al 41% del 1999. Il 62% acquista almeno un libro all’anno e il 33% sceglie almeno un libro di scienza, matematica o tecnologia (uso del computer compreso). Tre americani su cinque visitano almeno una volta all’anno un museo di scienza, di storia naturale, uno zoo o un acquario. Occasioni mancate – C’è generale consenso sul fatto che la comunita’ scientifica e la stampa negli Stati Uniti perdono molte occasioni per comunicare l’una con l’altra e con il grande pubblico. Secondo uno studio condotto per conto del First Amendment Center da Hartz e Chappell, l’incapacita’ di comunicare "crea un elettorato mal preparato nel valutare i principali temi legati alla scienza, alla salute e alla tecnologia, come l’effetto serra e la clonazione umana, nonche’ gli investimenti federali nella ricerca e nello sviluppo". Poiché le tasse finanziano una parte significativa dei programmi di ricerca e sviluppo Usa, secondo gli autori del rapporto Science and Engineering Indicators 2000, i cittadini dovrebbero sapere come vengono spesi i loro soldi. La comunita’ scientifica dipende dai finanziamenti pubblici per svolgere il proprio lavoro e, inevitabilmente, dipende dai media per informare il pubblico dei risultati del proprio lavoro. Il First Amendment Center, sulla base di sondaggi tra scienziati e giornalisti, ha individuato i principali ostacoli all’informazione scientifica e ha avanzato proposte per migliorare i rapporti tra scienziati e giornalisti. Sfiducia nei media – Solo l’11% degli scienziati intervistati ha fiducia nella stampa scritta, mentre il 22% non ne ha affatto. La diffidenza per la televisione è ancora più accentuata: quasi la meta’ (48%) degli scienziati non si fidano per niente. I media sono accusati di non capire il processo dell’indagine scientifica, di ipersemplificare temi complessi e di concentrarsi sulle scoperte più "trendy". L’accusa più diffusa (cndoivisa dai tre quarti degli scienziati): i giornalisti sono più interessati al sensazionalismo che alla verita’ scientifica. Valutazioni errate – I decision makers del mondo dell’informazione spesso sono convinti che il pubblico non abbia interesse per la scienza o che non sia in grado di capirla. Pensano di coprire abbastanza le notizie scientifiche perché le loro pubblicazioni o i loro programmi dedicano spazio alla medicina e alla salute. Credono che le sezioni scientifiche non attirino la pubblicita’. Barriere alla comunicazione – Gli scienziati tendono a usare un gergo tecnico e non riescono a sintetizzare in poche frasi le loro scoperte: tutto cio’ complica il lavoro dei giornalisti scientifici. Inoltre, talvolta non colgono quello che fa notizia e che interessa i lettori o i telespettatori. Non hanno esperienza nel comunicare a un pubblico non specialistico. Spesso sono riluttanti nel parlare ai giornalisti e lo fanno di rado. Temono le citazioni inesatte e la presentazione distorta del loro lavoro, soprattutto perché sono preoccupati che i colleghi non distinguano se si tratta di errori del giornalista o dello scienziato. Ma accade anche il contrario: alcune colossali ‘bufale’ dell’informazione scientifica, come quella della fusione fredda, sono nate dal desiderio di pubblicita’ e dalla mancanza di onesta’ degli scienziati. Il che non assolve i giornalisti, che hanno la loro dose di ‘balle’ da farsi perdonare.
Pubblico credulone e impreparato – I due terzi dei giornalisti e i tre quarti degli scienziati pensano che l’opinione pubblica americana creda troppo facilmente ai miracoli della scienza e della medicina. Inoltre, gran parte degli intervistati sono convinti che la gente non capisca l’importanza dei finanziamenti governativi per la ricerca. Sul banco degli imputati è anche l’istruzione scolastica che non da’ una sufficiente preparazione scientifica. In base all’indagine della National Science Foundation, per la maggior parte dei temi scientifici meno del 10% degli americani si puo’ considerare un "pubblico attento", che esprime grande interesse per l’argomento, si considera bene informato e legge ogni giorno un quotidiano, un settimanale o un mensile di attualita’, oppure una rivista specializzata. La percentuale degli "attenti" sale al 16% quando si tratta di scoperte mediche. Il resto della popolazione si divide equamente tra chi è interessato ma non informato e chi non è né interessato né informato. Proposte di dialogo – C’è buona volonta’ sulle due sponde: scienziati e giornalisti sono pronti a fare uno sforzo per comunicare, almeno stando al sondaggio del First Amendment Center. Ecco alcune idee.
Alcune delle maggiori riviste americane di divulgazione scientifica Discover Magazine – È un mensile di divulgazione pubblicato da Buena Vista Magazine, una filiale della Disney Publishing Worlwide. È collegato al Discovery Channel, il canale televisivo. National Geographic – Fiore all’occhiello della National Geographic Society, il mensile è stato fondato nel 1888 per portare avanti lo scopo della Societa’: il rafforzamento e la diffusione delle conoscenze geografiche. Dopo più di un secolo, la geografia signfica sempre più ambiente e difesa delle risorse naturali del pianeta. Nature – Il settimanale, uscito per la prima volta nel 1869, fa parte di una grande famiglia di pubblicazioni scientifiche: oltre a Nature ci sono sette titoli mensili settoriali (da Nature Genetics a Nature Immunology) e vari "review journals" mensili. Il gruppo editoriale, Nature Publishing Group, nasce dalla fusione della Macmillan Magazines e Macmillan Online Publishing e offre informazione in forma stampata ed elettronica. Il gruppo comprende anche 28 riviste specialistiche destinati agli addetti ai lavori. Popular Mechanics – La rivista compie i cento anni proprio nel 2002. La tecnologia quotidiana domina le pagine: dalle automobili ai computer, dalle moto agli impianti di depurazione. Dichiara nove milioni di lettori. Popular Science – È un mensile pubblicato da Time4Media, una filiale di Time Inc. che raggruppa numerose riviste del tempo libero. Parla di argomenti scientifici di interesse popolare (ad esempio, "quali sono le probabilita’ di essere schiacciati da un asteroide?"), Internet, computer ed elettronica di consumo, medicina e biotecnologia, aviazione e spazio, tecnologia domestica, automobili. Science – È la rivista scientifica più conosciuta degli Usa. Il settimanale è pubblicato dall’American Association for the Advancement in Science, associazione fondata nel 1848 che conta oggi 134mila soci e 273 societa’ e accademie scientifiche affiliate, con una platea di 10 milioni di ricercatori. Albert Einstein, tra gli altri, ha pubblicato articoli su Science. L’esordio di Science Magazine, però, fu indipendente dall’associazione. La rivista fu fondata nel 1880 da un giornalista di New York, John Michels, che ottenne da Thomas Edison i primi finanziamenti. Le pubblicazioni cessarono due anni dopo per mancanza di fondi. La rivista rinacque nel 1883 e da allora è tutt’uno con l’associazione.
Scientific American – Il mensile fa parte della multinazionale dell’editoria Verlagsgruppe Georg von Holtzbrinck GmbH, cui è collegato anche il gruppo Nature. Ha numerose edizioni internazionali, tra cui l’italiana Le Scienze. Dichiara una diffusione di oltre 650mila copie e una vendita in edicola di 150mila. Con una storia di 150 anni, è la prima rivista dedicata alla scienza e alla tecnologia. Smithsonian Magazine – Mensile della Smithsonian Institution, fondata nel 1846 da James Smithson e che oggi raggruppa sedici musei e gallerie (in gran parte a Washington), lo zoo nazionale e vari centri di ricerca negli Stati Uniti e all’estero. Non solo scienza, ma anche arte, storia, natura e viaggi. |
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